L'EDITORIALE

Il Gelo di Venezia: Il Braccio di Ferro tra Giuli e Buttafuoco Ridefinisce i Confini della Cultura

Il Gelo di Venezia: Il Braccio di Ferro tra Giuli e Buttafuoco Ridefinisce i Confini della Cultura

Il panorama culturale italiano sta attraversando una fase di profonda turbolenza, segnata da una frattura che appare tanto politica quanto personale. Al centro

Pubblicata 04/05/2026 alle 17:19

Il panorama culturale italiano sta attraversando una fase di profonda turbolenza, segnata da una frattura che appare tanto politica quanto personale. Al centro della tempesta si trovano due figure di spicco della destra intellettuale contemporanea: Alessandro Giuli, Ministro della Cultura, e Pietrangelo Buttafuoco, Presidente della Biennale di Venezia. Quella che fino a pochi mesi fa era descritta come una solida affinità elettiva e una storica amicizia, si è trasformata in un gelido silenzio istituzionale che dura ormai da oltre sessanta giorni.

La miccia che ha innescato lo scontro è la gestione del Padiglione Russo ai Giardini della Biennale. La scoperta, da parte del Ministero, di una trattativa riservata tra i vertici dell’ente veneziano e la Federazione Russa per riaprire gli spazi espositivi tramite performance artistiche – seppur a porte chiuse e trasmesse via schermo – ha mandato su tutte le furie il Collegio Romano. Per Giuli, la mossa di Buttafuoco ha rappresentato non solo una mancanza di coordinamento, ma una vera e propria deviazione dalla linea diplomatica nazionale e internazionale di fermo contrasto all’aggressione russa in Ucraina.

La reazione del Ministro non si è fatta attendere e ha assunto i contorni di un’offensiva burocratica. Oltre alla decisione simbolica di disertare l’inaugurazione della rassegna, il Ministero ha disposto l’invio di ispettori presso Ca’ Giustinian. L’obiettivo dichiarato è verificare la regolarità dei conti e la gestione del bilancio, ma in molti leggono tra le righe il tentativo di trovare un pretesto tecnico per un eventuale commissariamento dell’ente, ipotesi che Buttafuoco respinge con forza, rivendicando la salute finanziaria della Fondazione.

Nel tentativo di decifrare questo scontro, figure vicine a entrambi, come Giordano Bruno Guerri, suggeriscono che la crisi affondi le radici nelle profonde divergenze caratteriali e filosofiche dei due protagonisti. Da un lato la «concretezza» di Giuli, legato a una visione pagana e saggistica del mondo; dall’altro la «fantasia» di Buttafuoco, convertito all’Islam e incline alla narrazione romanzesca. È lo scontro tra la ragion di Stato, che impone coerenza geopolitica, e l’autonomia dell’arte, che Buttafuoco rivendica come uno spazio libero da sanzioni e confini.

Nonostante la tensione resti altissima, i «pontieri» della politica e della cultura sono già al lavoro per evitare che lo strappo diventi definitivo. L’occasione per una possibile «pax veneziana» è fissata per il prossimo 2 settembre, in occasione dell’apertura della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica al Lido. Sarà quella la sede per un chiarimento davanti ai riflettori, o il gelo continuerà a paralizzare i vertici della nostra industria culturale? Mentre l’ufficio stampa della Biennale si affretta a smentire presunte dichiarazioni sprezzanti attribuite a Buttafuoco, resta il fatto che la distanza tra Roma e Venezia non è mai stata così ampia, segnando un paradosso interno a un’area politica che, proprio sulla cultura, sta cercando di costruire il proprio nuovo paradigma egemone.