L'EDITORIALE

David di Donatello 71: la rivoluzione di Sossai e il gelo per Sorrentino in una notte di cinema e impegno

David di Donatello 71: la rivoluzione di Sossai e il gelo per Sorrentino in una notte di cinema e impegno

Sotto i riflettori del nuovo Teatro 23 di Cinecittà, la 71esima edizione dei David di Donatello ha consegnato agli annali un verdetto che profuma di rivoluzione

Pubblicata 10/05/2026 alle 08:15

Sotto i riflettori del nuovo Teatro 23 di Cinecittà, la 71esima edizione dei David di Donatello ha consegnato agli annali un verdetto che profuma di rivoluzione. In una serata condotta dalla coppia inedita composta da Flavio Insinna e Bianca Balti, il cinema italiano ha scelto di premiare l’audacia e il nuovo corso, lasciando clamorosamente a bocca asciutta i grandi favoriti della vigilia. Il trionfo assoluto porta la firma di Francesco Sossai e Adriano Candiago, che con il loro Le città di pianura hanno letteralmente sbaragliato la concorrenza, aggiudicandosi le statuette più pesanti: miglior film, regia, sceneggiatura originale e attore protagonista, grazie all’intensa prova di Sergio Romano.

Il dato che più fa rumore, tuttavia, è il totale blackout de La Grazia. La pellicola di Paolo Sorrentino, che si presentava ai blocchi di partenza con ben quattordici nomination, è uscita dalla cerimonia senza alcun riconoscimento, segnando una delle sconfitte più sorprendenti nella storia recente del premio. Un segnale chiaro da parte dell’Accademia, che quest’anno ha preferito deviare dai sentieri battuti dai grandi maestri per esplorare territori più sperimentali o legati a narrazioni emergenti.

Non è mancata l’emozione per le eccellenze femminili e per le storie di confine. Aurora Quattrocchi, a 83 anni, ha conquistato il David come miglior attrice protagonista per Gioia Mia, l’opera prima di Margherita Spampinato che ha saputo raccontare con delicatezza il contrasto tra la modernità dell’infanzia e il rigore della tradizione siciliana. Anche Silvio Soldini ha trovato il suo spazio con Le assaggiatrici, premiato per la sceneggiatura non originale, mentre il comparto tecnico è stato dominato dalle suggestioni visive e sonore di Gabriele Mainetti (La città proibita) e Damiano Michieletto (Primavera), quest’ultimo capace di fare incetta di premi per costumi, acconciatura e colonna sonora.

Oltre le statuette, la serata è stata densa di contenuti politici e sociali. Fuori dagli studi, il presidio dei lavoratori dello spettacolo ha ricordato le fragilità di un settore spesso dimenticato, un tema ripreso sul palco da una vibrante Matilda De Angelis. Premiata come miglior attrice non protagonista per Fuori di Mario Martone, De Angelis ha invocato un cinema che torni a essere «onesto e limpido», facendo eco alle istanze dei lavoratori e alle parole di Lino Musella, che non ha rinunciato a un accorato appello per la Palestina. Un impegno civile ribadito anche dalla vittoria di Everyday in Gaza di Omar Rammal come miglior documentario.

Il momento di massima sacralità cinematografica si è toccato con la consegna del premio a Vittorio Storaro. Il leggendario direttore della fotografia, tre volte premio Oscar, ha ricevuto una standing ovation commossa, sottolineando con orgoglio la bellezza di essere celebrato nella propria lingua madre. In questo mix tra celebrazione del passato e spinta verso il futuro, il cinema italiano sembra aver trovato, in questa 71esima edizione, una nuova consapevolezza: quella di un’arte che non vuole solo intrattenere, ma che sente l’urgenza di restare, come ricordato da Matthew Modine, profondamente e orgogliosamente umana.