Per oltre quarant’anni, Lucian Freud ha esercitato un potere quasi assoluto sulla propria eredità artistica, arrivando a disconoscere con ostinazione opere che portavano la sua inconfondibile impronta. Tra queste, il caso più emblematico è certamente quello del Man in a Black Scarf, un ritratto giovanile che il maestro del realismo britannico ha negato fino alla sua morte, avvenuta nel 2011. Oggi, però, la storia dell’arte ha preteso l’ultima parola: il quadro sarà esposto per la prima volta al pubblico quest’estate presso il Garden Museum di Londra, all’interno della mostra dedicata alla leggendaria scuola di Benton End.
La vicenda non è solo un capitolo di critica d’arte, ma un vero e proprio giallo psicologico. Dipinto nel 1939, quando Freud era ancora uno studente alla East Anglian School of Painting and Drawing nel Suffolk, il ritratto raffigura John Jameson, erede della celebre dinastia del whiskey. Nonostante nel 1985 la casa d’aste Christie’s l’avesse catalogato come un Freud autentico, l’artista intervenne personalmente per smentirne la paternità, costringendo gli esperti a un imbarazzante dietrofront. Per decenni, l’aura di autorità di Freud è bastata a tenere l’opera nell’ombra: nessuno osava contraddire pubblicamente uno dei pittori più influenti del Novecento.
Ma perché negare un’opera propria? La risposta non risiede nella qualità del tratto, ma in antichi rancori personali. Secondo le testimonianze emerse, Freud ebbe un violento diverbio con i proprietari originali del quadro, i suoi ex compagni di studi Denis Wirth-Miller e Richard Chopping. Il disconoscimento non sarebbe stato dunque un giudizio estetico, bensì un atto di vendetta trasversale per colpire i suoi rivali. Un capriccio d’autore che ha rischiato di cancellare una tessera fondamentale del suo mosaico artistico.
La svolta definitiva è arrivata grazie alla combinazione di giornalismo investigativo e ricerca archivistica. Prima il programma della BBC Fake or Fortune? nel 2016, e successivamente il ritrovamento di alcuni registri presso gli archivi della Tate Britain, hanno fornito le prove schiaccianti: i documenti del 1939 confermano che Freud stava effettivamente lavorando al ritratto di Jameson in quel preciso periodo. Le somiglianze stilistiche con altre opere dell’epoca, come il ritratto del suo mentore Cedric Morris, hanno poi chiuso il cerchio delle evidenze tecniche.
Il caso di Freud solleva un interrogativo affascinante e controverso: a chi appartiene davvero un’opera d’arte? Se un autore decide di ripudiare una sua creazione, la sua volontà deve prevalere sulla verità storica? Se da un lato artisti come Gerhard Richter o Cady Noland hanno tentato di “potare” il proprio catalogo per mantenere un controllo totale sulla propria immagine, dall’altro la storia dimostra che l’opera, una volta compiuta, acquista una vita propria. Proprio come accadde a Picasso con la sua Erotic Scene, negata per anni e poi riconosciuta dal Metropolitan Museum, anche il ritratto di Freud è sopravvissuto al suo stesso creatore. La sua esposizione a Londra non è solo una vittoria per i ricercatori, ma un monito sul fatto che, alla lunga, il documento e il pennello pesano più della parola dell’artista.