Per oltre tre decenni, la firma di Aldo Grasso è stata il bisturi che ha sezionato vizi e virtù dell’Italia seduta davanti al piccolo schermo. Tuttavia, con la sua ultima opera, «Cara televisione. Una storia d’amore e altri sentimenti» (Raffaello Cortina Editore), il decano della critica televisiva compie un passo oltre il confine del mero commento mediatico. Quello che emerge dalle pagine non è solo un bilancio professionale, ma una lucida e talvolta spietata autobiografia collettiva della nostra società, colta nel momento del suo passaggio più traumatico: dalla centralità del focolare domestico all’isolamento iperconnesso dello smartphone.
Il saggio si configura come un diario di bordo scritto da chi ha osservato il mondo trasformarsi mentre l’orizzonte della visione si restringeva progressivamente. Grasso descrive una migrazione di massa non geografica, ma sensoriale: abbiamo abbandonato la postura dell’osservatore critico per immergerci in quella dello spettatore esibizionista. La tesi di fondo è tanto semplice quanto inquietante: la sovrabbondanza di schermi, paradossalmente, non ha ampliato la nostra capacità di analisi, ma ha soffocato la critica ragionata sotto una valanga di opinioni estemporanee e narcisistiche.
Uno dei punti più densi del volume riguarda il declino delle facoltà cognitive nell’era dei social media. L’autore non si limita a stigmatizzare il mezzo, ma analizza come la facilità di accesso alle informazioni abbia generato una forma di ignoranza ideologica. In un mondo dove tutti possono dire tutto, la competenza diventa un fastidio e il pressapochismo si eleva a sistema di pensiero. È quella che Grasso definisce una deriva bulimica, dove la verità si dissolve in un oceano di frammenti effimeri, rendendo impossibile distinguere tra l’alto e il basso, tra il capolavoro e il contenuto spazzatura.
Il libro traccia una linea continua che unisce epoche apparentemente distanti. Dalle reazioni piccate degli artisti degli anni Sessanta fino alle moderne baruffe digitali, Grasso evidenzia come l’ego umano sia rimasto l’unico elemento immutabile. Che si tratti di un palcoscenico storico o di un profilo social, il desiderio di prevalere sull’altro senza possedere basi solide rimane la cifra distintiva del nostro tempo. In questo scenario, il critico si ritrova come un uomo sulla punta di un molo: con le spalle rivolte al passato e lo sguardo rivolto a un oceano liquido e privo di rotte sicure.
In definitiva, «Cara televisione» è un invito a guardare nell’abisso della nostra contemporaneità senza distogliere lo sguardo. Aldo Grasso non sceglie la via della nostalgia sterile, né quella del conformismo tecnologico. Sceglie invece la navigazione in mare aperto, offrendoci uno strumento prezioso per capire non tanto dove stiamo andando — impresa oggi ardua per chiunque — ma in quale preciso punto di smarrimento ci troviamo oggi. È un saggio necessario per chiunque voglia comprendere come lo schermo, da specchio della realtà, sia diventato il muro che ci separa da essa.