Nel cuore del quartiere Quadraro a Roma, un appartamento trasformato in galleria diventa il teatro di una genesi artistica senza precedenti. Casa Vuota ospita “Big Bang”, la personale di Matteo Capriotti, giovane talento abruzzese che invita il pubblico a un viaggio sensoriale e intellettuale alle radici dell’immagine.
Non bisogna farsi trarre in inganno dal titolo: l’esplosione evocata non riguarda le galassie, ma la forza dirompente del primo atto creativo. Per Capriotti, il “Big Bang” è il momento esatto in cui la matita o il pennello toccano la superficie vergine, inaugurando una reazione a catena di forme e significati che trascendono la bidimensionalità della tela.
Il percorso espositivo si snoda come un crescendo emotivo e formale. Inizialmente, lo spettatore è accolto da una serie di disegni che celebrano la purezza del tratto. Sono figure quasi embrionali, colte in un’attesa meditativa o in abbracci appena accennati, che sembrano fluttuare in uno stato di incertezza. È qui che risiede la “condizione primaria”, il seme grafico da cui germoglia l’intero immaginario onirico dell’artista.
Proseguendo nelle sale successive, l’architettura domestica di Via Maia subisce una metamorfosi radicale. Il pavimento si trasforma in una scacchiera ipnotica, un espediente visivo che strappa la stanza alla sua realtà quotidiana per proiettarla in una dimensione squisitamente mentale. È una vera e propria torsione percettiva: lo spazio si deforma, le proporzioni vacillano e le pareti sembrano respirare. Due tele monumentali si affrontano in un gioco di specchi e prospettive, catturando l’osservatore in un vortice visivo che mette in discussione il confine tra ciò che è reale e ciò che è mera illusione pittorica.
L’ultima tappa della mostra segna il trionfo del colore e della luce. Dopo il rigore del segno, esplode la pittura nella sua accezione più dinamica. Scintille, bagliori e incendi cromatici animano tele di diverse dimensioni, fino a giungere all’opera culminante: un abbraccio dove le figure non sono più solo contorni, ma vibrante materia luminosa. In questa fusione finale, il gesto dell’artista smette di essere una semplice traccia per farsi spazio vivibile, un luogo dove il segno e il colore si fondono in un unico corpo.
Capriotti dimostra una maturità sorprendente nel gestire il dialogo tra il supporto e l’ambiente circostante. La sua opera non si limita a decorare una parete, ma abita attivamente il luogo, modificandone il DNA percettivo. “Big Bang” è dunque una riflessione profonda sulla genesi dell’opera d’arte, ricordandoci che ogni nuova visione del mondo nasce sempre da un piccolo, coraggioso punto di rottura nel vuoto.