In un’epoca saturata da una cacofonia incessante di conflitti, emergenze climatiche e algoritmi spersonalizzanti, la 61. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia si presenta come un paradosso vivente. Inaugurata sotto il segno di una profonda riflessione geopolitica, la kermesse lagunare del 2026 sembra segnare il punto di rottura definitivo per un modello espositivo che, nato nel XIX secolo, fatica oggi a contenere le vibrazioni di un presente frammentato.
Al centro di questa edizione troviamo l’ombra luminosa di Koyo Kouoh, la curatrice scomparsa nel 2025 che ha lasciato in eredità una visione postuma intitolata In Minor Keys. Completata dal suo team, la mostra non cerca di sovrastare il rumore del mondo con ulteriori urla, ma sceglie la strada radicale della sottrazione e dell’ascolto. È una Biennale che opera sulle «basse frequenze», invitando il visitatore a una postura di attenzione verso ciò che è marginale, fragile o deliberatamente sussurrato.
Il percorso tracciato da Kouoh rappresenta il culmine di una vera e propria trilogia decoloniale che ha attraversato l’ultimo decennio veneziano. Se nel 2015 Okwui Enwezor aveva trasformato l’Arsenale in un tribunale della storia globale, e nel 2024 Adriano Pedrosa aveva celebrato la fisicità dei corpi «stranieri» e indigeni, Kouoh sposta l’obiettivo verso una dimensione micro-politica e affettiva. Non si tratta più solo di mappare le crisi, ma di abitarle con una sensibilità nuova, capace di curare le ferite attraverso l’arte.
Eppure, in questo scenario di raffinata ricerca intellettuale, resta irrisolto il nodo dei Padiglioni Nazionali. La struttura stessa della Biennale, fondata sull’idea di Stati-nazione che competono per il prestigio culturale entro confini ben definiti, appare oggi come un ingombrante residuo bellico e coloniale. Mentre il mondo reale brucia e le frontiere si fanno muri invalicabili, l’illusione di una pacifica vetrina internazionale stride con la violenza dei fatti quotidiani. La mostra di Kouoh mette a nudo questa nevrosi, evidenziando come l’arte non possa più essere una «zona franca» o una torre d’avorio, ma debba farsi dispositivo di resistenza civile.
Le opere selezionate – dai lavori di Nick Cave alle performance di Yoshiko Shimada – non urlano slogan, ma costruiscono un arcipelago di narrazioni plurali. In questo senso, la «pratica dell’ascolto» promossa dalla curatrice diventa un atto politico dirompente: in un sistema che premia chi alza di più la voce, scegliere il tono minore significa dare spazio ai «mu(l)timondi» che la storia ufficiale ha cercato di soffocare.
In conclusione, la Biennale 2026 ci pone di fronte a una domanda necessaria: può un’istituzione così antica sopravvivere alla fine del modello globale? La risposta, suggerita dall’eredità di Koyo Kouoh, risiede nella capacità di abbandonare i monumentalismi del passato per riscoprire una dimensione umana e vulnerabile. Solo sintonizzandoci sulle risonanze della marginalità potremo sperare di scardinare le rigide strutture che ancora oggi condizionano la nostra comprensione del contemporaneo.