L'EDITORIALE

L’algoritmo in processione: a Bosco la tecnologia si fa rito con Machina Sacra

L’algoritmo in processione: a Bosco la tecnologia si fa rito con Machina Sacra

Nel cuore del Cilento, tra i vicoli carichi di storia di Bosco , il concetto tradizionale di sacralità ha subito una metamorfosi radicale. Non è stata l’effigie

Pubblicata 15/07/2026 alle 08:30

Nel cuore del Cilento, tra i vicoli carichi di storia di Bosco, il concetto tradizionale di sacralità ha subito una metamorfosi radicale. Non è stata l’effigie di un santo patrono a sfilare tra la folla lo scorso 8 luglio, bensì un imponente display digitale, sorretto a spalla come le antiche statue lignee. È questa l’essenza di Machina Sacra, l’opera performativa firmata da Max Magaldi e Matteo Mandelli che ha ridefinito i confini tra devozione popolare e dominio tecnologico all’interno del festival MicroCosmi.

L’evento non è stato una semplice installazione statica, ma una vera e propria liturgia collettiva orchestrata dall’intelligenza artificiale. Attraverso un sistema innovativo, gli smartphone dei partecipanti – un tempo strumenti di distrazione individuale – sono stati trasformati in moderni lumini votivi. Tramite la scansione di un codice QR, l’IA ha preso il controllo dei dispositivi, sincronizzando luci e suoni in un’unica eco digitale che ha pervaso l’intero borgo. Una riflessione profonda che giunge in un momento storico particolare, l’anno della Magnifica Humanitas, l’enciclica di Papa Leone XIV che interroga l’umanità sul ruolo dello spirito nell’era dei circuiti.

Secondo gli autori, l’obiettivo non è la provocazione religiosa, ma l’osservazione sociologica. Matteo Mandelli ha sottolineato come i simboli comunitari stiano mutando: la processione, storicamente momento di aggregazione e identità, oggi si riflette nella nostra dipendenza dagli schermi. Max Magaldi ha rincarato la dose, evidenziando un paradosso contemporaneo: crediamo che il tempo trascorso online sia uno spazio intimo e privato, quando in realtà siamo immersi in un rito collettivo inconsapevole in cui offriamo i nostri dati come un tempo si offrivano preghiere.

Il progetto ha radici profonde nel territorio. Prima della performance, gli artisti hanno abitato gli spazi di Casa Ortega, l’antica dimora del pittore José Ortega, trasformandola in un laboratorio di dialogo con la parrocchia e la comunità locale. Questo scambio ha permesso di integrare il concetto di economia circolare nel tessuto dell’opera, grazie anche al supporto di Reapp, evidenziando come il recupero tecnologico possa andare di pari passo con la rigenerazione culturale.

Il percorso della Machina Sacra si è concluso simbolicamente nella Cappella del Carmine, dove lo schermo è stato deposto per restare esposto come un’ostensione moderna fino alla chiusura del festival. In questo gesto finale, il confine tra il sacro tradizionale e il profano tecnologico sembra svanire, lasciando ai visitatori un interrogativo aperto: siamo noi a governare lo strumento o è la liturgia dei dati ad averci definitivamente separati, pur tenendoci tutti connessi nello stesso istante?