L'EDITORIALE

Santarcangelo 2026: La Politica della Carne tra Respiro e Memoria

Santarcangelo 2026: La Politica della Carne tra Respiro e Memoria

In un'epoca che spinge verso la smaterializzazione digitale e l'astrazione dei conflitti, la 56esima edizione del Santarcangelo Festival sceglie di compiere un

Pubblicata 18/07/2026 alle 08:22

In un’epoca che spinge verso la smaterializzazione digitale e l’astrazione dei conflitti, la 56esima edizione del Santarcangelo Festival sceglie di compiere un percorso inverso, riportando l’attenzione sulla concretezza nuda del corpo umano. Sotto la guida di Tomasz Kireńczuk, la kermesse romagnola si trasforma in un laboratorio a cielo aperto dove l’identità non è un concetto filosofico, ma un’esperienza fisica che pulsa, suda e, soprattutto, resiste.

Il tema portante di quest’anno, significativamente intitolato “Deep Pressures”, sembra voler sondare i punti di rottura della nostra società partendo dall’elemento più basilare dell’esistenza: il respiro. Non è un caso che l’inaugurazione in Piazza Ganganelli sia stata affidata a Mehdi Dahkan e Mohamed Bouriri. Nella loro performance, l’atto dell’inspirare e dell’espirare cessa di essere un automatismo biologico per farsi manifesto politico. In un mondo dove il diritto all’aria può essere negato – il richiamo alla cronaca nera internazionale è evidente – respirare insieme diventa un atto di fondazione democratica, un linguaggio pre-verbale che unisce prima di ogni distinzione culturale.

Ma il corpo a Santarcangelo non è solo un polmone che si gonfia; è anche un archivio vivente. Il lavoro di Marah Haj Hussein e Nur Garabli porta in scena la memoria dell’occupazione palestinese, non attraverso il racconto didascalico, ma scavando nelle risposte muscolari all’addestramento militare. Qui l’arte si fa archeologia del gesto: le performer cercano di “disimparare” la violenza iscritta nei loro arti per ritrovare una grammatica del movimento che appartenga solo a loro. Questo filone della memoria che si fa carne trova un’eco potente nel documentario dei Motus, dove l’odio delle periferie si sedimenta nei luoghi e nei volti, lasciando però intravedere sprazzi di una tenerezza inaspettata, quasi sacrale.

Il Festival esplora anche la voce come materia. La performance di Jana Jacuka trasforma l’ambiente in una cassa di risonanza dove il suono perde la sua funzione informativa per tornare a essere vibrazione pura, muscolo e affanno. È una decostruzione del linguaggio che ci ricorda quanto la parola sia indissolubile dal corpo che la produce. Allo stesso modo, il contatto fisico tra persone di nazioni in conflitto – come nel caso del duo lituano-bielorusso formato da Agnietė Lisičkinaitė e Igor Shugaleev – mette a nudo l’ambiguità del gesto: lo schiaffo e l’applauso nascono dallo stesso urto di palmi. È un invito a riflettere sulla responsabilità dell’incontro con l’altro, un rischio necessario per evitare il nazionalismo sterile.

Nonostante le sfide poste dai tagli ai finanziamenti e la necessità di mantenere un equilibrio tra la vocazione internazionale e il legame con la comunità locale, Santarcangelo Festival 2026 si conferma un presidio di resistenza. In attesa che la nuova direzione di Luigi De Angelis riporti il focus sulle pratiche di inclusione popolare, l’edizione attuale ci lascia una certezza: finché ci sarà un corpo che respira e una voce che vibra, lo spazio del teatro rimarrà l’ultimo baluardo contro l’indifferenza.