A settant’anni dall’ultima grande retrospettiva, Firenze si riappropria del genio di Guido di Piero, meglio noto come Beato Angelico, con una mostra che promette di essere l’evento culturale dell’anno. Dal 26 settembre 2025 al 25 gennaio 2026, le sale di Palazzo Strozzi e del Museo di San Marco ospiteranno un percorso espositivo che non solo celebra la maestria tecnica del pittore domenicano, ma ne rivendica una modernità dirompente, capace di dialogare con le avanguardie del Novecento e i maestri del contemporaneo.
Il cuore pulsante dell’esposizione è la storica ricostruzione della Pala di San Marco. Commissionata da Cosimo de’ Medici e smembrata nei secoli a causa di un mercato antiquario spregiudicato, l’opera viene presentata oggi quasi nella sua interezza. Grazie a un meticoloso lavoro di ricerca e al restauro dell’Opificio delle Pietre Dure, diciassette dei diciotto elementi originali tornano a unirsi, offrendo ai visitatori la possibilità di ammirare l’unità compositiva voluta dall’artista. Manca solo un tassello, custodito a Chicago, ma il colpo d’occhio restituito è comunque quello di una rivoluzione spaziale: l’Angelico abbandona la rigidità gotica per abbracciare una prospettiva dinamica e un’umanità vibrante.
Non è un caso che la critica moderna veda in lui un precursore dell’astrazione e della pop art. I suoi rossi intensi e gli azzurri profondi hanno agito come un magnete per figure insospettabili. David Hockney ne ha reinterpretato le cromie in chiave lisergica, mentre il maestro dell’informale Mark Rothko ha tratto ispirazione dalla sua gestione della luce per le campiture cromatiche della sua celebre cappella in Texas. Persino la video-arte di Bill Viola sembra nutrirsi delle medesime atmosfere sospese e sacrali che l’Angelico infuse negli affreschi del convento di San Marco, trasformando le celle dei frati in vere e proprie installazioni site-specific ante litteram.
L’esposizione, curata da Carl Brandon Strehlke, Angelo Tartuferi e Stefano Casciu, raccoglie oltre 140 opere provenienti dai più prestigiosi musei internazionali, dal Metropolitan di New York al Prado di Madrid. Attraverso disegni, miniature e imponenti pale d’altare, emerge il ritratto di un artista che fu al contempo uomo di fede e stratega dell’immagine. Le sue opere non erano semplici oggetti devozionali, ma raffinati messaggi politico-culturali legati all’ascesa della famiglia Medici.
Visitare questa mostra significa immergersi in un’esperienza contemplativa che sfida il tempo. In un’epoca dominata dalla velocità e dal consumo rapido delle immagini, il rigore e la sensibilità del Beato Angelico costringono lo spettatore a una sosta necessaria. Firenze torna così a essere il centro di un dialogo universale, dimostrando che l’arte del Quattrocento non è un capitolo chiuso, ma una fonte di energia ancora capace di scuotere la sensibilità del terzo millennio.