L'EDITORIALE

L’estetica del futuro tra algoritmi e avanguardia: Es Devlin rilegge la storia al V&A East Storehouse

L’estetica del futuro tra algoritmi e avanguardia: Es Devlin rilegge la storia al V&A East Storehouse

Nel cuore pulsante di East London, dove la memoria industriale si fonde con le nuove spinte creative della metropoli, il V&A East Storehouse inaugura un dialogo

Pubblicata 22/07/2026 alle 08:44

Nel cuore pulsante di East London, dove la memoria industriale si fonde con le nuove spinte creative della metropoli, il V&A East Storehouse inaugura un dialogo senza precedenti tra epoche lontane. Protagonista di questa conversazione visiva è Es Devlin, artista e scenografa di fama mondiale, che con la sua nuova installazione The Everythingists sfida i confini tra scultura, teatro e tecnologia.

L’opera, una imponente struttura luminosa di quindici metri di larghezza, nasce da un confronto diretto con un mostro sacro del Novecento: il monumentale fondale teatrale dipinto da Natalia Goncharova nel 1926 per L’uccello di fuoco dei Ballets Russes. Se l’originale di Goncharova era concepito per essere ammirato dalla distanza magica del pubblico in platea, al V&A East Storehouse i visitatori vi si approcciano da vicino, quasi come se si trovassero nel retropalco. È proprio questa inversione di prospettiva ad aver innescato la riflessione di Devlin.

The Everythingists non è solo un omaggio estetico, ma una stratificazione di significati che intreccia l’architettura urbana di Londra est con le ossessioni della nostra era digitale. Le forme scultoree richiamano sia le case stilizzate della Goncharova che il design asettico degli imballaggi tecnologici contemporanei, come quelli di iPhone e iPad. In questo gioco di specchi, Devlin recupera il Manifesto Raggista del 1913 e lo proietta nel dibattito attuale sull’Intelligenza Artificiale. L’artista cita esplicitamente il concetto di “centauri” e “centauri inversi” del saggista Cory Doctorow, interrogandosi su chi, tra uomo e macchina, stia effettivamente potenziando l’altro.

Un elemento cruciale nello sviluppo dell’opera è stato il coinvolgimento del V&A East Youth Collective. Il confronto con i giovani del quartiere ha spinto Devlin a rivedere la rigidità iniziale delle sue figure. Grazie a questo scambio, le sagome umane all’interno della scultura hanno acquisito dinamismo: non sono più corpi intrappolati in strutture scatolari, ma entità che premono contro i confini, cercando una via di fuga o una metamorfosi. È un inno alla resilienza umana all’interno dei sistemi sempre più stringenti che ci circondano.

L’esperienza per il visitatore è profondamente sinestetica. Ogni 90 secondi, l’installazione si anima attraverso una sequenza di luci e suoni, accompagnata dalla voce della stessa Devlin che recita testi poetici su una colonna sonora curata dallo studio Polyphonia. Il tappeto sonoro, che rielabora i temi di Stravinsky, avvolge lo spettatore in un loop temporale dove passato e futuro collidono.

Al centro della galleria, una fila di panche invita alla sosta. Sedersi lì significa trovarsi letteralmente nel mezzo di un secolo di storia dell’arte: da una parte l’avanguardia visionaria di Goncharova, dall’altra la riflessione contemporanea di Devlin. In questo spazio di riflessione, The Everythingists ci ricorda che la creatività non è mai un atto isolato, ma un processo continuo che emerge dai limiti, dalle strutture e dal desiderio inesauribile di ridefinire il nostro posto nel mondo.