Nel cuore di Milano, all’interno della suggestiva cornice della Sala delle Cariatidi, Anselm Kiefer mette in scena una nuova, monumentale rappresentazione del suo universo interiore. La mostra «Le Alchimiste», curata da Gabriella Belli, non è soltanto una rassegna di opere inedite, ma un vero e proprio rito collettivo in cui la storia, il mito e la materia si fondono in un’unica, potente narrazione visiva.
Il fulcro del progetto sono quasi quaranta tele di dimensioni ciclopiche, dedicate a figure femminili che hanno attraversato la storia dell’alchimia e della scienza, da Caterina Sforza a Sophie Brahe. Tuttavia, chi si aspetta un’indagine didascalica o biografica rimarrà deluso. Nelle mani di Kiefer, queste donne si trasformano in presenze archetipiche, ombre che emergono da una stratificazione densissima di materiali. I nomi, vergati in oro sulla superficie, sembrano quasi epigrafi su tombe monumentali, richiami di un’identità che lotta per non essere totalmente assorbita dalla cenere, dal piombo e dalla paglia.
L’allestimento milanese conferma la straordinaria coerenza del linguaggio kieferiano. Non c’è rottura con il passato, bensì un consolidamento definitivo di una grammatica visiva che l’artista ha affinato in decenni di ricerca. La pittura di Kiefer è, essa stessa, un processo alchemico: i paesaggi combusti e le superfici corrose non descrivono un mondo, ma lo evocano attraverso la loro stessa sostanza fisica. Ritroviamo qui l’influenza del romanticismo tedesco, le cicatrici del Novecento e la profondità lirica di autori come Paul Celan, elementi che compongono il DNA inscindibile di ogni sua creazione.
Un aspetto centrale del dibattito critico sollevato dall’esposizione riguarda quello che Theodor Adorno definiva lo «stile tardo». Mentre grandi maestri come Michelangelo o Tiziano hanno vissuto la maturità come un momento di rottura e disgregazione delle forme, Kiefer sembra aver imboccato una strada differente. La sua è una fase di cristallizzazione, dove lo stile è diventato così solido e autorevole da poter accogliere qualsiasi tema senza esserne scosso. Come accaduto per i grandi classici della modernità — si pensi a Morandi o Rothko — il soggetto passa in secondo piano rispetto alla voce inconfondibile dell’autore.
Questa mostra lascia nel visitatore una sensazione di profonda ambivalenza. Da un lato, è impossibile non restare ammirati di fronte alla maestria di un artista che domina la materia con una forza quasi demiurgica; dall’altro, si percepisce come Kiefer non abbia più bisogno di stupire attraverso l’innovazione linguistica. «Le Alchimiste» è l’opera di un maestro assoluto che si concede il lusso della conferma, trasformando la sala espositiva in un luogo dove il tempo sembra essersi fermato.
In definitiva, l’appuntamento a Palazzo Reale rappresenta una tappa fondamentale per comprendere lo stato attuale dell’arte contemporanea. Kiefer non cerca il nuovo a tutti i costi, ma scava nel già noto per estrarne pepite di eternità, offrendo al pubblico milanese un’esperienza che va ben oltre la semplice visione estetica, toccando le corde più profonde della memoria collettiva.