L'EDITORIALE

L’universo sospeso di Enrico Allimandi: tra futurismo e surrealismo della memoria

L’universo sospeso di Enrico Allimandi: tra futurismo e surrealismo della memoria

Nella Torino della metà del Novecento, il fermento intellettuale non si esauriva nelle redazioni dei giornali o nelle accademie, ma trovava il suo cuore pulsant

Pubblicata 19/08/2026 alle 06:54

Nella Torino della metà del Novecento, il fermento intellettuale non si esauriva nelle redazioni dei giornali o nelle accademie, ma trovava il suo cuore pulsante tra i tavolini dei caffè storici. È in questa cornice, sospesa tra l’eleganza di Piazza San Carlo e i portici di via Roma, che si snoda la vicenda artistica e umana di Enrico Allimandi, un pittore capace di attraversare le avanguardie per approdare a un linguaggio onirico e profondamente personale.

Nato a Revigliasco nel 1906, Allimandi compie i suoi primi passi sotto l’ala di Luigi Serralunga, dove affina una tecnica rigorosa come copista. Tuttavia, è il richiamo di Parigi a segnare la sua prima vera metamorfosi. Nella capitale francese, il giovane artista respira l’aria di Montparnasse e stringe contatti con giganti come Picasso e Chagall. Questa apertura internazionale lo prepara all’incontro decisivo con Fillia nel 1929, che lo trascina nelle file del futurismo torinese. Per qualche anno, Allimandi sposa il dinamismo e la scomposizione delle forme, esponendo nelle principali rassegne del movimento. Ma quella della velocità e della macchina era per lui una veste troppo stretta.

Come evidenziato dalla preziosa collezione di Giorgio Tazartes, storico redattore de La Stampa e amico stretto del pittore, Allimandi non era un artista interessato a rivoluzionare l’ordine sociale, quanto piuttosto a disseppellire il proprio mondo interiore. Esaurita la spinta futurista, la sua ricerca vira verso un surrealismo della memoria. I suoi quadri diventano quinte teatrali dove il ricordo dell’infanzia, trascorsa tra le ville e le serre della collina torinese, riemerge sotto forma di visioni enigmatiche.

Le opere degli anni Cinquanta, come quelle donate a Tazartes, testimoniano questa maturità. Si tratta di tele dense, materiche, dove figure femminili dai grandi occhi neri o fanciulle che si allontanano nel crepuscolo diventano protagoniste di una narrazione sospesa. Non è un surrealismo ortodosso, ma una forma di realismo magico intriso di malinconia piemontese. I colori scelti da Allimandi – rossi vellutati, verdi profondi, tonalità violacee – non cercano la luce solare, ma sembrano filtrati attraverso il velo del sonno.

Il critico Luigi Carluccio, tra i più acuti osservatori dell’opera di Allimandi, descriveva la sua pittura come un’esperienza cinematografica a occhi aperti. Ogni tela è uno schermo dove la realtà si dissolve nel sogno. Il legame tra Allimandi e la sua Torino, mediato da figure come Tazartes, ci restituisce oggi il profilo di un artista che ha saputo restare fedele a se stesso, trasformando il pennello in uno strumento di introspezione psicologica. In un’epoca di grandi proclami collettivi, Allimandi ha scelto la via del silenzio e dell’enigma, lasciandoci in eredità un universo cromatico che continua, ancora oggi, a interrogare chi osserva.