Il Victoria and Albert Museum (V&A) di Londra non è solo un tempio della bellezza storica, ma si conferma sempre più come un osservatorio critico sulle dinamiche della produzione contemporanea. Con l’avvicinarsi della sesta edizione del programma Make Good, l’istituzione britannica invita a riflettere su un concetto tanto antico quanto urgente: il design bioregionale. Non si tratta di una semplice etichetta ecologista, ma di una filosofia che impone di progettare partendo dalle risorse, dalle tradizioni e dalle necessità specifiche di un territorio, promuovendo una circolarità reale e radicata.
Sebbene il termine “bioregionalismo” sia relativamente recente nel lessico museale, un’analisi approfondita delle collezioni del V&A rivela che questa sensibilità ha radici profonde. Esaminando gli archivi, emerge come molti creatori del passato avessero già intuito la necessità di un equilibrio tra scala industriale e rispetto per l’ecosistema locale. Un esempio emblematico è rappresentato dalle sedie delle Isole Orcadi, realizzate tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. In un arcipelago povero di alberi, gli artigiani locali utilizzarono la paglia di avena nera e il legno trasportato dalle correnti marine per creare mobili unici, ottimizzati per il clima rigido. David Kirkness riuscì a trasformare questa pratica di sussistenza in un modello di business scalabile, esportando in tutto il Commonwealth senza mai recidere il legame con la propria terra.
Il percorso verso la sostenibilità ha conosciuto anche momenti di straordinaria innovazione tecnica, talvolta tragicamente interrotti. È il caso del Maderón, un materiale rivoluzionario sviluppato negli anni ‘80 dall’ingegnere spagnolo Silio Cardona. Partendo dallo scarto industriale dei gusci di mandorla, abbondanti in Catalogna, Cardona creò una sorta di “legno plastico” modellabile e resistente. Utilizzato con successo per la celebre sedia Rothko, il Maderón sembrava destinato a rivoluzionare il settore, riducendo drasticamente i costi e l’impatto ambientale. Tuttavia, la scomparsa prematura del suo inventore, che non aveva condiviso la formula segreta del composto, ha trasformato questa invenzione in un affascinante quanto malinconico monito sulla fragilità dell’innovazione individuale.
Un’altra tappa fondamentale in questa evoluzione è segnata dal lavoro di David Colwell. Se negli anni ‘60 il designer celebrava l’era dello spazio con sedute in Perspex, la crisi ecologica degli anni ‘80 lo spinse verso una radicale inversione di marcia. Colwell riscoprì la tecnica del legno curvato a vapore, utilizzando il frassino proveniente dai diradamenti boschivi locali. Questa scelta non solo riduceva l’impronta di carbonio, ma favoriva attivamente la biodiversità attraverso una gestione forestale consapevole.
In conclusione, il programma Make Good non rappresenta un’eccezione isolata, ma si inserisce in una tradizione trentennale del V&A volta a documentare il design consapevole. Guardando a questi oggetti, comprendiamo che la sfida attuale non è solo inventare nuovi materiali, ma riscoprire il valore del “luogo” come fulcro della creazione. Il design bioregionale ci ricorda che il futuro della progettazione non risiede in una standardizzazione globale, ma in una risposta colta e rispettosa alle risorse che la terra, proprio sotto i nostri piedi, ci mette a disposizione.