L'EDITORIALE

Il pennello che sfida la storia: l’universo stratificato di Tammy Nguyen

Il pennello che sfida la storia: l’universo stratificato di Tammy Nguyen

Nel panorama dell’arte contemporanea, raramente ci si imbatte in un’autrice capace di coniugare rigore concettuale e una tecnica pittorica così densa da apparir

Pubblicata 11/09/2026 alle 10:57

Nel panorama dell’arte contemporanea, raramente ci si imbatte in un’autrice capace di coniugare rigore concettuale e una tecnica pittorica così densa da apparire quasi ipnotica. Tammy Nguyen, artista di origini vietnamite nata in California, è riuscita a imporsi nelle più prestigiose kermesse internazionali — dalla Biennale di Berlino a quella di Venezia — proprio per questa sua straordinaria capacità di trasformare la superficie pittorica in un complesso archivio di memorie, tensioni politiche e misticismo.

La forza di Nguyen risiede nella sua biografia, che diventa materia viva nelle sue opere. Figlia della diaspora, l’artista ha saputo rielaborare il trauma e la complessità delle proprie radici attraverso uno studio profondo delle tecniche tradizionali. Fondamentale, in questo senso, è stato il suo soggiorno in Vietnam, dove ha appreso l’arte della pittura in lacca. Questo metodo, basato sulla sovrapposizione di infiniti strati e sulla loro successiva levigatura, ha influenzato il suo intero approccio: per Nguyen dipingere non significa solo aggiungere, ma anche scavare, celare e far riemergere l’informazione in modo controllato, quasi fosse un processo di redazione burocratica o una ricerca archeologica.

Uno dei punti più alti della sua produzione è rappresentato dal ciclo delle 14 Stazioni della Croce, ispirato a una visita nell’ex campo profughi di Pulau Galang, in Indonesia. Qui, Nguyen ha osservato come la fede cattolica, pur essendo un retaggio dell’epoca coloniale, sia diventata per i rifugiati vietnamiti (i cosiddetti boat people) uno strumento di sopravvivenza spirituale. Nei suoi dipinti, questa contraddizione esplode: vediamo un Cristo mascherato immerso in una natura tropicale prepotente, dove insetti e piante sembrano pronti a inghiottire la figura umana. Non c’è una gerarchia rassicurante tra uomo e ambiente; al contrario, la natura agisce con una propria forza enigmatica che scavalca la narrazione religiosa tradizionale.

Il lavoro di Nguyen non è mai didascalico. L’artista rifiuta le semplificazioni ideologiche per abbracciare quella che lei stessa definisce «la dimensione della confusione». Per chi vive l’esperienza della diaspora, le identità non si fondono in un’unità armonica, ma vibrano costantemente in un conflitto irrisolto. Questa tensione è palpabile nelle sue tele, dove l’oro e il colore si scontrano con temi geopolitici di bruciante attualità, costringendo lo spettatore a un esercizio di osservazione lenta e profonda.

Oggi, mentre la pittura viene spesso data per superata a favore delle nuove tecnologie digitali, Tammy Nguyen dimostra che il linguaggio del pennello è più vivo che mai. Attraverso la sua casa editrice Passenger Pigeon Press e le sue opere monumentali — come la recente reinterpretazione dell’Inferno dantesco — Nguyen ci ricorda che l’arte è un campo di battaglia visivo. È uno spazio dove il sacro e il profano, il passato coloniale e il presente globale si intrecciano in un racconto che non cerca risposte facili, ma pone domande necessarie sulla nostra posizione nel mondo.