Entrare nella Biblioteca Nazionale Marciana a Venezia significa, solitamente, accettare un tacito accordo con la storia: quello di lasciarsi sopraffare dall’opulenza del Rinascimento e dal legame indissolubile tra conoscenza e potere aristocratico. Eppure, l’intervento contemporaneo promosso dalla Fondazione Bvlgari in occasione della Biennale scardina questa certezza. Attraverso le opere di Monia Ben Hamouda e Lara Favaretto, lo spazio monumentale del Sansovino smette di essere un santuario dell’immutabile per trasformarsi in un campo di battaglia semantico, dove la fragilità del sapere emerge in tutta la sua urgenza.
Il percorso espositivo si apre con l’impatto viscerale di Monia Ben Hamouda. Le sue sculture di neon, intitolate Fragments of Fire Worship, avvolgono il visitatore in una luce rossa e febbrile, quasi soffocante. Ispirandosi alla calligrafia islamica e alla figura del padre, l’artista trasforma il segno grafico in una forma astratta, sospesa tra la mappa e la cicatrice. Qui, il linguaggio non è più uno strumento di conservazione, ma un territorio occupato e ferito. Il ronzio elettrico dei neon sembra evocare il rumore delle fiamme che, storicamente, hanno divorato le biblioteche del mondo: è un monito sulla precarietà della cultura di fronte alla violenza militare e al tempo che tutto consuma.
Dalla tensione fiammeggiante della Ben Hamouda si passa alla riflessione metodica di Lara Favaretto. Con la sua installazione Momentary Monument – The Library, l’artista propone una monumentale scaffalatura composta da volumi considerati obsoleti, scarti di istituzioni accademiche destinati al macero. Favaretto opera un paradosso: nobilita il rifiuto editoriale, offrendo al pubblico la possibilità di prelevare i libri e portarli via. Ogni volume custodisce una fotografia dell’archivio personale dell’artista, creando un cortocircuito tra memoria collettiva e intima. Se la Marciana è nata dal gesto generoso del cardinale Bessarione per preservare i classici greci, la biblioteca della Favaretto ci interroga su chi, oggi, decida cosa sia degno di essere conservato e cosa debba sparire nell’oblio.
L’aspetto più stimolante dell’intera operazione risiede nella critica sottile, ma feroce, alle dinamiche contemporanee della gestione dell’informazione. In un’epoca dominata da algoritmi predittivi e dalla voracità delle intelligenze artificiali — si pensi alle recenti polemiche sui dataset di Anthropic — la mostra rivendica la natura corporea e relazionale della conoscenza. Un libro non è solo una sequenza di dati pronti per essere processati, ma un oggetto fisico che porta i segni delle mani che lo hanno sfogliato.
In questo dialogo serrato tra il passato glorioso di Tiziano e il presente critico delle due artiste, la Sapienza non appare più come una divinità imperturbabile su una nuvola, ma come una creatura fragile, che necessita di cura e resistenza. La mostra ci ricorda che la vera minaccia per la cultura non è solo il fuoco, ma l’arroganza di chi crede che il sapere possa essere ridotto a mero scarto o a freddo calcolo digitale. Venezia, ancora una volta, diventa lo specchio in cui riflettere sulle macerie e sulle rinascite della nostra civiltà.