Immaginate un tempio da un miliardo di dollari dedicato alla cultura popolare, un’opera architettonica visionaria che avrebbe dovuto celebrare il legame tra il cinema, il fumetto e la cittadinanza. Il Lucas Museum of Narrative Art di Los Angeles, creatura fortemente voluta dal regista George Lucas e da sua moglie Mellody Hobson, era nato con questa promessa: essere un ponte, un “portale” – per usare le parole dell’architetto Ma Yansong – tra l’istituzione e il tessuto urbano. Eppure, a pochi giorni dall’apertura, il sogno di una piazza aperta e inclusiva sembra essersi scontrato con una realtà fatta di recinzioni, sicurezza e barriere fisiche.
L’allarme è stato lanciato dal Los Angeles Times, che ha documentato come l’ampia area pubblica che circonda il museo sia stata permanentemente recintata. Se inizialmente sono apparse barriere provvisorie ricoperte di verde sintetico, la direzione ha già confermato che verranno sostituite da cancellate definitive in acciaio inossidabile. Una scelta che stride violentemente con l’investimento faraonico e con la natura stessa del progetto. Quello che doveva essere un invito al libero transito dei cittadini è diventato uno spazio sorvegliato, dove gli ingressi principali rimarranno chiusi per controllare il flusso dei visitatori e proteggere i pedoni dal traffico circostante.
Il paradosso è evidente sotto il profilo etico e civico. Il museo sorge su un terreno pubblico, concesso dallo Stato a un canone simbolico di appena 30 dollari all’anno. A fronte di un’agevolazione così generosa, la comunità si aspettava una restituzione in termini di accessibilità totale. Invece, l’istituzione sembra aver optato per un modello di gestione privatistico che, pur permettendo l’accesso ai non paganti verso il caffè e il bookshop, priva il quartiere di quel senso di accoglienza e integrazione che era stato il pilastro della campagna promozionale negli anni scorsi.
Questa chiusura fisica sembra riflettere una più profonda ritirata culturale. Nel corso dell’ultimo anno, il Lucas Museum ha drasticamente ridotto il personale dedicato all’istruzione e alla programmazione pubblica. Anche l’approccio curatoriale ha sollevato dubbi: nelle gallerie è stata scelta una linea quasi priva di testi didattici, privilegiando l’esperienza visiva pura a scapito della contestualizzazione storica. Se da un lato il museo sostiene che “guardare” debba essere la priorità, dall’altro si rischia di svuotare l’istituzione della sua funzione primaria: la produzione di conoscenza e l’educazione delle masse.
L’addio della direttrice Sandra Jackson-Dumont nel 2025 ha segnato un punto di svolta. Le sue dichiarazioni sull’essere un’organizzazione “people-first” (incentrata sulle persone) sembrano oggi lontane, soffocate da una gestione che privilegia la sicurezza alla socialità. In definitiva, il Lucas Museum rischia di trasformarsi in una magnifica isola blindata: una celebrazione dell’immaginario collettivo che, paradossalmente, tiene a distanza la collettività stessa. Resta da capire se un museo dedicato alla narrazione possa davvero funzionare se decide di silenziare il dialogo con la città che lo ospita.