L'EDITORIALE

Il tramonto delle gallerie tradizionali? Super Dakota chiude a Bruxelles per reinventarsi tra ricerca e gaming

Il tramonto delle gallerie tradizionali? Super Dakota chiude a Bruxelles per reinventarsi tra ricerca e gaming

La notizia ha scosso il panorama artistico di Bruxelles, ma non arriva del tutto inaspettata in un clima di profonda mutazione per il settore: la galleria Super

Pubblicata 11/10/2026 alle 12:52

La notizia ha scosso il panorama artistico di Bruxelles, ma non arriva del tutto inaspettata in un clima di profonda mutazione per il settore: la galleria Super Dakota ha annunciato la chiusura definitiva dei suoi spazi commerciali alla fine di ottobre. Fondata quindici anni fa da Damîen Bertelle-Rogier (noto come Damîen Dakota), la struttura conclude il suo percorso con la personale di Adrian Geller, segnando la fine di un’epoca per una delle realtà più vivaci della capitale belga.

La decisione di Dakota non sembra dettata da una crisi improvvisa, quanto piuttosto da una consapevole evoluzione della sua visione imprenditoriale. In un messaggio rivolto alla comunità artistica, il gallerista ha chiarito che il modello di business tradizionale basato sulla vendita diretta in galleria non soddisfa più le sue ambizioni. La volontà dichiarata è quella di continuare a sostenere gli artisti attraverso canali alternativi e piattaforme innovative, abbandonando le rigidità del mercato fisico per abbracciare nuove forme di curatela e ricerca.

Fin dalla sua apertura nel 2013, Super Dakota si è distinta per una programmazione audace che ha saputo far dialogare icone storiche dell’arte contemporanea con talenti emergenti. Negli anni, le sue pareti hanno ospitato opere di maestri come Robert Rauschenberg, John Cage e Yvonne Rainer, affiancandole a artisti del calibro di Julia Wachtel e John Divola. Questa capacità di creare ponti generazionali è stata la cifra stilistica di una galleria che ha partecipato ai più prestigiosi appuntamenti internazionali, da Frieze London ad Art Basel Miami Beach.

Il futuro di Dakota, tuttavia, è già tracciato e guarda verso orizzonti tecnologici e teorici. Lo spazio si trasformerà in un centro di ricerca curatoriale dedicato alla costruzione di collezioni basate sulla rilevanza storica e sull’estetica teorica. Ma la vera scommessa è il lancio del MeatSpace Institute of Arts. Si tratta di un progetto ambizioso situato all’intersezione tra arte e gaming, pensato per scardinare il concetto tradizionale di istituzione museale e rendere la cultura radicalmente accessibile a un pubblico globale, sfruttando i linguaggi dell’interattività digitale.

La chiusura di Super Dakota si inserisce in un trend preoccupante per il mercato dell’arte europeo e statunitense. Solo negli ultimi mesi, figure di spicco come Eva Presenhuber e Emanuel Layr hanno ridimensionato o chiuso i propri spazi a Vienna, lamentando un mercato sempre più saturo e congestionato. Anche a Bruxelles, la chiusura di Dépendance dopo oltre vent’anni ha confermato che il settore sta attraversando una fase di ristrutturazione profonda. Il passo di Damîen Dakota suggerisce che la sopravvivenza nel mondo dell’arte contemporanea potrebbe non passare più per le pareti bianche di una galleria, ma per la capacità di reinventare il ruolo stesso dell’intermediario culturale nell’era digitale.