L'EDITORIALE

L’enigma di Angel Forloy: Usine Baug e il confine sottile tra realtà e finzione al Romaeuropa Festival

L’enigma di Angel Forloy: Usine Baug e il confine sottile tra realtà e finzione al Romaeuropa Festival

Il Romaeuropa Festival 2026 si conferma ancora una volta il terreno d’elezione per le sperimentazioni che sfidano le etichette tradizionali. All’interno della r

Pubblicata 21/10/2026 alle 11:24

Il Romaeuropa Festival 2026 si conferma ancora una volta il terreno d’elezione per le sperimentazioni che sfidano le etichette tradizionali. All’interno della rassegna Ultra REF, dedicata proprio ai progetti capaci di scardinare i perimetri dei generi, il collettivo Usine Baug ha presentato Noir, un’opera che trasforma il palcoscenico in un sofisticato laboratorio d’indagine multidisciplinare.

Nato nel 2018 dal sodalizio creativo tra Ermanno Pingitore, Stefano Rocco, Claudia Russo ed Emanuele Cavalcanti, il gruppo porta in scena una narrazione stratificata che attinge a piene mani dal linguaggio del teatro d’inchiesta, del podcast true crime e dell’opera audiovisiva. Al centro del racconto c’è la sparizione di Angel Forloy, un documentarista le cui tracce si perdono tra le nebbie dell’Appennino emiliano. Attraverso una ricostruzione frammentaria, fatta di appunti, reperti d’archivio e testimonianze contrastanti, gli attori cercano di comporre il puzzle di un’esistenza che sembra sfuggire a ogni definizione univoca.

L’aspetto più affascinante di Noir risiede nel suo dispositivo scenico. Grazie alla sapiente collaborazione con la scenografa Johanna Tedde, la vita di Forloy viene letteralmente ricostruita sotto gli occhi del pubblico attraverso l’uso di miniature e modellini. Questi piccoli mondi in scala, filmati in diretta e proiettati su grande schermo, creano un cortocircuito estetico che ricorda le celebri sperimentazioni degli spagnoli Agrupación Señor Serrano. Il palco si muta ora in studio televisivo alla Carlo Lucarelli, ora in una sala anatomopatologica della memoria, dove ogni dettaglio – da una piccola Panda rossa a una scrivania ricolma di libri – diventa una prova indiziaria.

Ma Noir non è solo un esercizio di stile sulla cronaca nera. L’indagine su Angel Forloy diventa il pretesto per una riflessione più profonda sulla precarietà della condizione artistica. Citando intellettuali come Mark Fisher e lo stile documentaristico di Adam Curtis, Usine Baug esplora la difficoltà di far coincidere la ricerca creativa con le necessità materiali della sopravvivenza. La metafora cardine dello spettacolo è quella del punto cieco della retina: quella zona d’ombra dove la vista viene meno e deve intervenire l’immaginazione per completare il quadro. È in questo scarto tra ciò che vediamo e ciò che ipotizziamo che si gioca la partita del documentarista e, di riflesso, quella degli spettatori.

Con l’avanzare del racconto, la solidità dei fatti inizia a sgretolarsi. Il sospetto che Angel Forloy non sia mai esistito, ma che sia piuttosto una funzione letteraria o un simbolo delle nostre inquietudini collettive, si insinua prepotentemente. Come in una versione contemporanea di Quarto potere, la verità si parcellizza in mille frammenti contraddittori.

In definitiva, Usine Baug non ci consegna una soluzione, ma ci invita a riflettere su come costruiamo le storie e su quanto spazio lasciamo, nella nostra quotidianità, all’ignoto. Noir è un’esperienza immersiva che dimostra come il teatro possa ancora essere il luogo dove la realtà e il sogno si scontrano, lasciandoci addosso quella piacevole sensazione di smarrimento che solo le grandi opere sanno generare.