Esistono luoghi dove il tempo non scorre in linea retta, ma si stratifica, restando sospeso in un’attesa carica di significati. La Villa Augustea di Somma Vesuviana è uno di questi: un cantiere aperto, dove la terra continua a restituire frammenti di un passato glorioso e misterioso. Proprio in questo scenario, caratterizzato da una temporalità vibrante e incompiuta, si inserisce l’intervento artistico di Roberto Maria Lino, dal titolo evocativo “Le parole che si intrecciano tra i ricordi i ricordi che si intrecciano tra le parole”.
L’opera nasce all’interno della residenza Art Summit – Vesuvio Contemporary Experience and Residency e si presenta come un dialogo intimo tra la monumentalità delle rovine e la leggerezza della materia tessile. Lunghe fasce di tessuto scendono dalle impalcature metalliche, infiltrandosi tra le antiche murature e intercettando la luce solare in un gioco di trasparenze e opacità. La scelta cromatica non è casuale: i toni del rosso, del bordeaux, del rosa e del bianco richiamano non solo la simbologia dionisiaca legata al sito, ma anche la vitalità della terra campana.
Ciò che rende l’installazione di Lino particolarmente profonda è il processo creativo che precede l’esposizione. L’artista ha utilizzato tessuti di recupero, raccolti sul territorio attraverso mercatini e donazioni, infondendo loro una nuova vita tramite tinture naturali ottenute da vino, terra e curcuma. In questo modo, la memoria quotidiana degli oggetti d’uso comune si fonde con la memoria millenaria degli scavi archeologici. Entrambe le dimensioni testimoniano un passaggio, una trasformazione che non cancella il passato, ma lo rielabora in forme nuove.
L’osservatore non è un semplice spettatore, ma un partecipante attivo. Per decifrare il titolo dell’opera, le cui lettere appaiono frammentate sulle fasce di tessuto, è necessario muoversi nello spazio, cambiare prospettiva e ricostruire visivamente ciò che la distanza separa. Questo esercizio di ricomposizione riflette fedelmente il lavoro dell’archeologo e, al tempo stesso, la natura stessa della memoria orale: un racconto che si tramanda perdendo alcuni pezzi e acquisendo nuove sfumature lungo il tragitto.
Il progetto, curato da Ilaria Lely e Maria Maione per Collettivo Zero, non ha l’ambizione di spiegare o completare la storia della Villa Augustea. Al contrario, l’installazione di Roberto Maria Lino abita le fratture del sito, rendendo tangibile l’inaccessibilità di una storia che non può più essere posseduta totalmente. In questo spazio di confine tra la pietra antica e il ferro moderno delle impalcature, il contemporaneo non invade, ma accompagna il respiro dell’antico.
L’esposizione, visitabile fino al 15 dicembre 2026, rappresenta un esempio virtuoso di come l’arte contemporanea possa agire da ponte tra le epoche, trasformando un sito archeologico in un laboratorio di riflessione sulla permanenza e sull’oblio. Attraverso il lavoro di Lino, la Villa Augustea smette di essere un monumento statico per tornare a essere un organismo vivo, capace di generare nuove connessioni e significati nel presente.