Torino si conferma ancora una volta epicentro di una riflessione artistica viscerale e necessaria. Presso l’Associazione Barriera, l’ultima proposta di Ruben Montini, curata da Sergey Kantsedal, non si limita a occupare uno spazio espositivo, ma lo abita con la forza d’urto di un manifesto esistenziale. Il titolo, IO NON VOGLIO MORIRE, agisce come un mantra che attraversa la carne e le pareti, trasformando l’esperienza individuale in una vibrante resistenza collettiva.
Il nucleo della mostra ruota attorno a una performance di rara intensità, in cui l’artista ha scelto di farsi tatuare sul collo il titolo stesso dell’esposizione. Questo gesto non è un semplice esercizio di body art, ma il culmine di un percorso di maturità artistica e personale. Proprio nel giorno del suo quarantesimo compleanno, Montini utilizza il proprio corpo come un archivio vivente, reagendo a traumi privati — come il difficile rapporto con le radici familiari — e a tensioni pubbliche. La sua carne diventa così un terreno di scontro profano, che dialoga in modo serrato con la sacralità rituale di Hermann Nitsch. Laddove il maestro dell’Azionismo Viennese cercava l’ancestrale, Montini rivendica il diritto alla presenza politica e sentimentale nel qui e ora.
L’allestimento si arricchisce di quelle che l’artista definisce “soft sculptures”: opere tessili realizzate con broccati sardi, pizzi e materiali stratificati. Questi manufatti non sono semplici decorazioni, ma dispositivi di memoria che riattivano le sue storiche denunce contro l’omofobia e la violenza neofascista. Opere come Frocio o San Sebastiano vengono qui rielaborate in una forma scultorea che funge da armatura. È un contrasto potente: la morbidezza del tessuto accoglie il peso di insulti e discriminazioni che hanno segnato la storia recente dell’Italia e dell’Europa, trasformando la vulnerabilità in una corazza tattile.
Un passaggio fondamentale della mostra è rappresentato dall’installazione monumentale FÜR IMMER, nata dalla collaborazione con Mattia Ozzy B. Qui, Montini ci trascina in un incubo lucido ambientato in una Germania dominata dall’intolleranza dell’estrema destra. Attraverso una combinazione di wall painting e sculture, l’artista narra il fallimento del tentativo di salvare l’altro dal male, evidenziando come il trauma non sia mai un fatto isolato, ma una geografia che coinvolge intere comunità.
Uscendo dalle sale di Barriera, ciò che rimane non è solo il ricordo di un’azione performativa, ma l’eco di un rifiuto categorico verso ogni forma di cancellazione. Montini ci ricorda che la memoria è un atto di volontà e che la sopravvivenza, oggi più che mai, passa attraverso la capacità di mostrare le proprie ferite senza lasciarsi sconfiggere da esse. Una mostra che è, al tempo stesso, un atto di accusa e un disperato, bellissimo inno alla vita.